Corteo per la Palestina

Anno

2025

Area

Roma

Il 4 ottobre 2025, Roma è attraversata da un flusso umano da piazzale Ostiense verso il cuore della città. Le fotografie raccontano questa giornata come esperienza visiva e collettiva. Il corteo per la Palestina diventa una sequenza di corpi, colori e soprattutto volti: il progetto sceglie di restituire l’intensità della partecipazione attraverso primi piani e dettagli capaci di condensare il senso della manifestazione.

I volti dei manifestanti emergono con forza quasi tattile: sguardi concentrati, stanchi, spesso fieri. La narrazione insiste sulla varietà dei soggetti, cogliendo una dimensione intergenerazionale che la fotografia restituisce senza bisogno di spiegazioni. I simboli vivono in relazione ai gesti: le kefiah e i pugni chiusi evocano una grammatica visiva della resistenza. Questo continuo passaggio tra collettivo e individuale è l’elemento più forte del progetto. Ne emerge un racconto che non cerca la spettacolarizzazione, ma la continuità emotiva, trasformando un evento collettivo in una sequenza di presenze singolari.

Testo di Luigi Cristiano

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Corteo per la Palestina

Anno

2025

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Roma

Il 4 ottobre 2025, Roma è attraversata da un flusso umano da piazzale Ostiense verso il cuore della città. Le fotografie raccontano questa giornata come esperienza visiva e collettiva. Il corteo per la Palestina diventa una sequenza di corpi, colori e soprattutto volti: il progetto sceglie di restituire l’intensità della partecipazione attraverso primi piani e dettagli capaci di condensare il senso della manifestazione. I volti dei manifestanti emergono con forza quasi tattile: sguardi concentrati, stanchi, spesso fieri. La narrazione insiste sulla varietà dei soggetti, cogliendo una dimensione intergenerazionale che la fotografia restituisce senza bisogno di spiegazioni. I simboli vivono in relazione ai gesti: le kefiah e i pugni chiusi evocano una grammatica visiva della resistenza. Questo continuo passaggio tra collettivo e individuale è l’elemento più forte del progetto. Ne emerge un racconto che non cerca la spettacolarizzazione, ma la continuità emotiva, trasformando un evento collettivo in una sequenza di presenze singolari.

Testo di Luigi Cristiano